Rice, pumkin and taleggio cheese stuffed cabbage timbale

stuffed cabbage timbale

Ho vissuto per un certo periodo della mia vita ossessionata dall’idea di andarmene al creatore senza aver concretizzato nulla, senza aver realizzato una qualche opera per la quale essere ricordata. Cosicché, sommersa o per meglio dire sopraffatta da questo schiacciante peso, cercavo il mio talento, un qualunque talento. Non importava molto se fosse sulle punte dei piedi, se schiacciando tasti o vibrando corde, l’importante era trovarne uno. Così senza che maestre di classica o di piano me ne volessero troppo, ho scoperto che cucinare mi piaceva. E mi piaceva sporcarmi le dita di colori per trasferirli sulla tela. Ricompensata di una visione che nemmeno credevo di possedere e dai languidi sguardi di nonna che si sforzava di non dirottarmi fuori dalla finestra una volta scoperto il cataclisma che si materializzava al mio passaggio in cucina.

Poi una sensazione di essere in un certo senso Odisseo con le sue fatiche, le sue tappe obbligate, mi hanno tenuta per poco più di un decennio impegnata a sopravvivere a me stessa, al mondo, alle nuove scoperte, ai nuovi adattamenti teatrali di una me e di una opera che non avevo considerato in quei termini.

Quando lasciai la bella Romania ero poco più che una bimba. Non più bimba, ma nemmeno ragazzina, ancora abbastanza distante da quel limbo dove vieni relegato dagli ormoni adolescenziali. Ogni giorno era una sfida tra me e la “nuova civiltà”. Una civiltà che mi era del tutto sconosciuta.
Lontani dal comunismo molti penserebbero che ogni cosa si possa consumare voracemente ed in fretta, ma per me non è stato così, perché per ogni scoperta mi sono presa dei tempi odisseici, analizzando, assaporando, curiosando.
Le cose più banali per gli altri, erano per me fonte di scoperta, di escursione ed esplorazione dentro quella cosa. Una banalità per raccontarvela? Le mozzarelle! Ricorderò come fosse un’ora fa, le ciliegine della Locatelli pubblicizzate nella prima metà degli anni ’90 che per una giovane esploratrice che ancora non possedeva molte conoscenze culinarie né linguistiche, tutto mi sembrarono allora, meno che mozzarelle, quelle che oggi conosco. Non le avevo ancora assaggiate e non so come il mio cervello comunicò alle mie papille gustative questa immagine, perché a vedere la pubblicità in bocca sentivo il sapore morbido e caldo dello zucchero e della vaniglia, una cosa che non saprei spiegare nemmeno a parole. Beh, come vi racconto la delusione che le stesse papille sopra citate subirono all’assaggio?!!!
C’erano questo tipo di interferenze tra quello che occhio vedeva e che lingua credeva di conoscere, ed errori di comunicazione con molte cose. Le mozzarelle non erano dolci, la pancetta non era pastrami, i kiwi non erano patate con il pelo, il gorgonzola non era scaduto ma era solo appartenente agli erborinati.
Il supermercato così si era presto rivelato essere per me la perfetta metafora di Odisseo.
Tra uno scaffale e l’altro i corridoi di Scilla e Cariddi, dove si spintonavano amabili vecchiette e dove rischiavi di rimanere fagocitato da almeno 10 tipi di carta igienica, 20 formati di pasta, 30 tipi di formaggi, un innumerevole fila di barattoli e vasetti contenenti le più svariate pozioni, strani attrezzi per cuccioli di uomo.
Quando mia zia mi affidava la lista della spesa e mi spingeva fuori dalla porta, era come partire per un viaggio di cui conosci, forse, solo la destinazione. La parte intermedia era meglio delle Americhe per Colombo.

Quando finalmente mi saziai di conoscere, iniziando a sentire i morsi di una fame che mi era stata sconosciuta fino a quel momento, sorse nuovamente quella mia ossessione. Che lascio di me al mondo? Accompagnata a quella ossessione c’era sempre il morso terribile di quella fame che sentivo e che non capivo. La fame di ritornare alle cose che avevo posseduto, la fame di tornare a casa, alle radici. Una fame che da quel momento non mi ha più abbandonata e che è diventata una condizione che credo sia la costante di ogni persona migri la sua esistenza in un altro paese.

Ma la mia famiglia, tutta, era qui. E nessuno tornava a casa e senza di loro non potevo nemmeno io. Così per molto tempo ho vissuto relegata a quella condizione di fame e desiderio di ritornare a casa pressoché costanti. Che poi ho scoperto solo da adulta che casa altro non era che i ricordi della mia felice e spensierata infanzia tra le braccia di mamma e nonna. Che casa era il rifugio al quale non potevo più tornare se non con la mia memoria, allenandola, sforzandomi di non perdere nulla. Non una sensazione, non un odore, non un fremito, non un battito di cuore. Allenata costantemente a trattenere le cose belle alle quali non potevo più tornare fisicamente, ma solo con la mente, con il cuore.

Proprio per questa sorte di allenamento, gli scorsi giorni tuffando il naso nel cesto dell’uva fragola, mi sono tornati alla mente altri momenti. Alla fine di settembre, bisnonna, la mamma del mio amato nonnino materno, mi permetteva di schiacciare l’uva fragola coi piedi nelle tinozze di legno che avevano tutto il profumo dell’autunno. Era divertimento puro e poi, con il succo ricavato, parte serviva alla vinificazione casalinga e una parte, veniva lasciata fermentare nelle bottiglie di vetro, coperte solo da una garza. Il succo leggermente fermentato dell’uva che noi chiamiamo must, altro non era che mosto.

Quando mi hanno offerto il mosto in Italia per la prima volta, chissà cosa credevo. Ero piena di entusiasmo e poi ho scoperto che ciò che intendono con mosto in Emilia, è molto lontano da ciò che il mio palato ricordava con dovizia di particolari.

Come ho risolto con la mia ossessione, dite?! Non ho risolto! Ma un giorno mi sono chiesta: che cosa lascerò di me alla me del futuro? E così ho sorriso nel scoprirmi non più intenzionata a stupire e sorprendere il mondo, ma me stessa. Ogni giorno realizzo un piccolo pezzo da lasciare alla me del futuro. Qualche volta mi riesce particolarmente bene, altre volte è solo un divertente groviglio che la me del futuro avrà il compito di sbrogliare in pochi minuti.

Questo mi accade anche in cucina, con le ricette che creo, con quelle alle quali mi ispiro, con quelle che trasformo facendole un po’ più mie. Come questa che vi propongo oggi, che Mimì Thorisson ha pubblicato sul suo primo libro di ricette.

Mi ispirava molto la ‘visione’ della sua ricetta, questo guscio di cavolo verza, che però sentivo di dover riempire con qualcosa in più che non fosse il solo trito di carne. Così ho ripensato alle verze di nonna, alle sarmale. E da lì il cambio e il riadattamento è stato breve, così il cavolo ripieno di Mimì è diventato il timballo di riso in crosta di cavolo di Rebecka. Quello che vi occorre probabilmente lo avete già in casa.

 taleggio cheesecabbageIngredienti per una teglia da 20 cm di diametro: 1 cavolo cinese o se preferite 1 verza, 1 cipolla rossa piccola, 1 carota, 1 costa di sedano bianco, 200 gr di riso, 200 gr di macinato misto, 300 gr di zucca, 150 gr di taleggio, 1 tazza di brodo vegetale, 1/ bicchiere di vino bianco, 2 uova sbattute,olio d’oliva, sale e pepe q.b.

rice

Separate le foglie di cavolo o verza e lavate con cura. In una pentola capiente portate a bollore abbondante acqua salata e sbollentatevi il cavolo per 2 minuti. Togliete le foglie di cavolo con l’aiuto di una pinza e preservate l’acqua di cottura nella quale mettete a bollire il riso per il tempo indicato sulla confezione.

In una casseruola mettete circa 5 cucchiai di olio d’oliva e mettete a soffriggere la cipolla, il sedano e la carota. Aggiungete la zucca tagliata a pezzetti e il brodo vegetale. Lasciate cuocere per circa 20 minuti e aggiungete il macinato di carne. Saltate per circa 5 minuti, sfumate con il vino bianco e spegnete il fuoco. Aggiungete il riso cotto precedentemente e mescolate. Lasciate intiepidire, amalgamate le uova sbattute e condite con il pepe. Aggiustate di sale se serve.

Foderate la teglia con un velo di olio d’oliva, disponete le foglie di cavolo e qualche fetta di taleggio. Iniziate ad assemblare il timballo alternando il composto di riso, il taleggio e le foglie di cavolo, finendo con queste.

Fate cuocere nel forno preriscaldato a 180°C per circa 35 minuti. Servite caldo con qualche cucchiaiate di yogurt greco o panna acida.

Suggerimenti: Potete fare questo timballo anche in versione vegetariana, togliendo la carne e aggiungendo altri 130 gr di riso oppure le lenticchie.

stuffed cabbage rice timbale

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