Roasted apricots eton mess

Nella stanza risuona la voce di Kurt, sulle note di All apologies e Where Did You Sleep Last Night. Non ricordo quanti mesi sono passati dall’ultima volta che l’ho ascoltato di proposito. Forse 156 mesi o forse solo 56.
La notte scorsa hanno dato in TV il docufilm Kurt Cobain: Montage of Heck. L’ho guardato in una sorte di dormiveglia, per la prima volta da quando è uscito.
E’ stata una casualità, come avrei voluto fosse, senza cercarlo, di proposito. Non per soddisfare morbose curiosità sulla natura umana, che comunque rimarranno sempre insoddisfatte. Tenuta in considerazione la percezione individuale che si ha di qualcuno, che vuoi o no, è conteggiata all’esperienza e contagiata dall’esperienza individuale di ognuno di noi.
Sono sul balcone e il sole alto splende sui ciuffi rosa dell’albizia, nel mezzo di un verde brillante che solo l’estate possiede così, con sfrontata esuberanza. Ondeggiano nel vento lentamente, come i miei pensieri. Mi interrogo sull’attitudine alla vita, sulla capacità individuale di ognuno di adattarsi alla vita, alle situazioni, agli eventi. Mi interrogo sulle relazioni pericolose, sulla fragilità umana, sul potenziale espresso o trattenuto. Mi chiedo come è possibile che un individuo resista alla pressione che il resto del mondo, ad un certo punto, esercita su di lui, senza finire per soccombere.
Quando è morto Kurt avevo 15 anni. A quei tempi assorbivo da poco sonorità differenti rispetto a ciò che mi ero abituata ad ascoltare nella mia relazione con la musica degli anni ’80. L’hair metal dei miei adorati Bon Jovi, Guns N’ Roses, Whitesnake, Aerosmith e Europe.
Nirvana, Pearl Jam, Blur, Smashing Pumpkins, Soundgarden erano i nuovi elementi aggiunti alla mia adolescenza. Ed è strano come proprio a Kurt, a cui hanno attribuito il grande successo di aver distrutto il hair metal, io mi sia affezionata. Forse non tanto quanto a Eddie Vedder, ma l’ho fatto.
Certi discorsi mi impressionavano già allora. Dare meriti o colpe a qualcuno perché distrugge o pone fine a qualcosa. Mi impressionava e mi impressiona ancora, dare a qualcuno questa responsabilità, poiché per natura sono incline a pensare che le cose vanno verso una fine naturalmente. Non c’è qualcuno o qualcosa che pone fine.
Una macchina finisce di andare avanti per aver esaurito il carburante e credo con fermezza che questo si applichi a tutto. Alle relazioni, ai periodi, agli stili. Si esaurisce qualcosa, in favore di altro. Tutto questo perché le persone cambiano.
Io ho avuto una adolescenza anomala, fuori dall’ordinario per certi aspetti.
Ero figlia di una generazione tenuta a digiuno di informazioni, di musica, di nozioni, di stili. Quando è caduto Ceausescu, per noi si è spalancato un mondo di infinite possibilità. Belle e terribili.
Abbiamo dovuto assorbire nell’arco di un anno, quanto il resto del mondo aveva avuto modo di fare in uno o due decenni.
Ma certe cose, quando ti travolgono ti fanno male. Nel più benaugurato dei casi ti ritrovi spettatore. Guardi dall’esterno ogni cosa e cerchi di metabolizzarla.
E’ quello che è accaduto a me. Mi sono seduta. Mi sono seduta sul cornicione del palazzo più alto di Craiova, con le cuffie (quelle del walkman, inestimabile regalo del primo fidanzato italiano), ad ascoltare e assorbire una generazione intera di musica. Dal ’90 al ’93 ho digerito tutti gli anni ’80. Dal ’93 mi sono messa in pari con la prima parte degli anni ’90.
E così è arrivato Kurt. E’ arrivato da me quando stava per prendere congedo dalla vita e dagli affanni.
A 15 anni non capisci certe dinamiche. Ti manca l’esperienza, in alcuni casi la sensibilità. In alcuni casi però comprendi la parte più essenziale che agli “non adolescenti” sfugge.
Così il disagio di una generazione in ammirazione, si infiltrava silenziosamente. Ma io rimanevo spettatrice, occasionale. E mi ritengo fortunata. Perché certe scosse, certi scrolloni, ti buttano fuori dal treno mentre è in corsa. Ed io volevo tanto sperimentare e vivere tutte le emozioni che la vita mi avrebbe concesso e che sarei stata in grado di prendere da sola.
Ascolto About a girl. Guardo i ciuffi rosa dell’albizia sotto il sole, nel vento. Prendo atto delle rimostranze di quella adolescente coi capelli lunghi che batte i piedi e pretende ancora attenzioni. Mi ascolto e affondo il cucchiaio nel bicchiere di eton mess alle albicocche arrosto e ciliegie caramellate.
Quando vi ho proposto la ricetta delle albicocche arrosto con vaniglia e sciroppo d’acero, vi avevo detto che si sarebbero prestate per altre ricette #quickandeasy
Per il mio eton mess vi basta poco. Non essere a dieta!

Ingredienti per 4 persone: 250 ml di panna fresca, 150 ml di yogurt greco, 5 cucchiai di zucchero a velo, 5 o 6 meringhe già pronte, 100 gr di ciliegie denociolate*, 1 cucchiaio di zucchero di canna integrale, albicocche arrosto q.b

In una piccola casseruola, sul fuoco a fiamma bassa, mettete le ciliegie con lo zucchero di canna e mescolate con un cucchiaio fin quando lo zucchero non si sarà sciolto e le ciliegie non inizieranno ad essere traslucide. Togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.
Preparate le albicocche con il sistema illustrato nella ricetta precedente.

Infine montate la panna liquida con lo zucchero a velo fin quando non sarà a neve ben ferma. Iniziate ad incorporarla pian piano allo yogurt greco, dal basso verso l’alto, prestando attenzione a non smontarla.

Iniziate a montare i bicchieri di eton mess alternando gli strati di crema di panna e yogurt, alle meringhe sbriciolate e alla frutta.

Riponete in frigo fino al momento di servire.

* Nella versione originale del mio eton mess che vedete in foto, in realtà ho utilizzato le visciole fermentate ‘nonna style’. Poiché per le visciole è tardi, a differenza delle ciliegie che ancora si trovano con un po’ di fortuna e poiché per il processo di fermentazione delle visciole che usava nonna, devo munirmi della pazienza di essere precisa, esatta nel calcolare le dosi, le tengo in serbo per un altro anno. Voi ricordatemelo, che ci sono delle visciole fermentate di cui vi devo dar la ricetta.

 

Omaggio con dolcezza un ragazzo che suo malgrado, malgrado la sua bellezza e fragilità, è finito sul carro dei grandi artisti che hanno tracciato un solco sulla difficile ma meravigliosa strada della musica. Buon tutto Kurt, qualunque evoluzione tu abbia seguito, qualunque metamorfosi tu abbia subìto….

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3 Comments on Roasted apricots eton mess

  1. Lara
    14 luglio 2017 at 10:00 (2 mesi ago)

    io sono a dieta… che faccio? Pausa fino al lunedì? tu parli di un assorbimento di un ventennio in breve tempi, e le cose mica erano cambiate tanto come stanno facendo ora? Mi chiedo spesso come faranno i nostri fili a stare dietro a un mondo che va a 2.000 all’ora, il sapere si amplia e anche il concetto stesso di vita e disagio, mi sento un filo impreparata, ma la vita è una sfida da vincere 😉

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    • Rebecka
      Rebecka
      14 luglio 2017 at 11:18 (2 mesi ago)

      Hahahahaa…Io ci ho rinunciato alle diete.
      Beh, se vivi nel 1930 mentre il resto del mondo è negli anni ’80 e ’90, hai voglia recuperare. Tutto è meno che facile. I nostri figli purtroppo vanno già a 2000 km/h. Quello che mia figlia sa e fa a 6 anni, io sapevo e facevo a 12.
      Purtroppo anche voler fare paragoni, non è possibile. E’ tutto troppo diverso rispetto alla nostra infanzia. Possiamo cercare di farli rallentare, ma è un po’ come stare con la barca su un fiume in controcorrente.
      Un abbraccio

      Rispondi
  2. Francesca
    18 settembre 2017 at 19:14 (4 giorni ago)

    Manchi. Torna. Foto. Parole. Cose belle. Scambio. Emozioni. Pensieri.
    Te lo dico a mò di telegramma ma ci siamo capite… e credo di essere stata chiara! 😀

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